Cari crauti radioattivi,
come ha ben detto eros, io non ho risposte alla domanda "come é possibile che sia passata da una guerra fatta per smantellare le eventuali armi di distruzione di massa ad una guerra fatta per liberare la popolazione irakena dall'oppressione del giogo del dittatore Saddam" (Eros 19.4.2003). L'unica idea che mi passa per le meningi è che in realtà questa guerra non è motivata, né dalle armi né dalla voglia di esportare la democrazia: sono forse le cause propagandistiche? Ecco forse Eros hai centrato l'argomento della nostra giornata sull'informazione. E se come tema oltre alla riflessione in sé sull'informazione, si facesse riferimento a questo cangiamento? Non sarebbe male, che ne pensate?
Oggi mi sono deciso a scrivere anche per un'altro motivo. Stavo girovando tra le pagine internet, quando mi sono scontrato in questa notizia:
http://www.swissinfo.org/sit/swissinfo.html?siteSect=105&sid=1762628
Per chi non avesse il tempo o la voglia di andarci, pongo immediatamente la questione...
Le aziende svizzere stanno uscendo dal mercato borsistico. Questo per convenienza economica. Riporto:
"Prenda l?esempio della Rolex. Nessuno chiede se il suo giro d?affari sia aumentato o diminuito del 2%. Possono investire le loro energie per portare avanti l?azienda e lavorare in pace".
Ora vi chiedo da persona priva di ogni base economica: cosa vuol dire che le aziende escono dalla borsa? Per quali vantaggi sono entrate? Questo è forse un esempio che prova che la borsa non è solo un gioco d'azzardo per chi è "fuori" dall'economia, ma che anche chi è "economista" percepisce la borsa come un gioco d'azzardo legalizzato?
Scusate forse le domande stupide, ma io veramente non capisco...Cosa significa, ora, che le aziende vogliono uscire dal gioco della borsa?
Un abbraccio a tutti (s)ilvio
22.4.03
19.4.03
Un saluto pasquale a voi tutti,
ho letto durante questi giorni ciò che avete scritto nel "deserto dell'uomo" e non ho voluto scrivere nulla perché a volte e meglio riflettere stando in silenzio (quei momenti di vita in cui l'uomo ha bisogno di pensare per i c...i suoi). Comunque mi avete dato modo di riflettere grazie alle vostre scorribande cerebrali e per questo vi ringrazio e ringrazio questo non-luogo. Ora però ho una semplice domanda cui sono sicuro seguiranno diverse risposte credo senza sapere mai la verità:
questa guerra é (forse ma penso di no) finita ma dovete spiegarmi come é possibile che sia passata da una guerra fatta per smantellare le eventuali armi di distruzione di massa ad una guerra fatta per liberare la popolazione irakena dall'oppressione del giogo del dittatore Saddam.
Vi abbraccio augurandovi buona pasqua
Eros :-/
ho letto durante questi giorni ciò che avete scritto nel "deserto dell'uomo" e non ho voluto scrivere nulla perché a volte e meglio riflettere stando in silenzio (quei momenti di vita in cui l'uomo ha bisogno di pensare per i c...i suoi). Comunque mi avete dato modo di riflettere grazie alle vostre scorribande cerebrali e per questo vi ringrazio e ringrazio questo non-luogo. Ora però ho una semplice domanda cui sono sicuro seguiranno diverse risposte credo senza sapere mai la verità:
questa guerra é (forse ma penso di no) finita ma dovete spiegarmi come é possibile che sia passata da una guerra fatta per smantellare le eventuali armi di distruzione di massa ad una guerra fatta per liberare la popolazione irakena dall'oppressione del giogo del dittatore Saddam.
Vi abbraccio augurandovi buona pasqua
Eros :-/
in questa bella giornata di luce, di erba appena tagliata nei giardini, del suo odore, di caffé dalle terrazze dei bar, di sabato, non mi sento di esser triste. domani è pasqua, e oggi aspettiamo la domenica. aspettiamo senza aspettare. così, come nella famosa massima "siamo, dove non siamo, non siamo, dove siamo..." oggi mi sento quasi-vivo, quasi-inesistente, se non in ciò che mi attraversa, passa e non trattengo. ad esempio, una frase di una lettera di rosa luxemburg, scritta dal carcere, poco prima di morirvi assassinata: "la vie chante aussi dans le sable qui crisse sous les pas lents et lourds de la sentinelle quand on sait l'écouter". mi ha cercato in libro di christian bobin, "autoportrait au radiateur", in cui pure è scritto: "mais dieu, que l'air est doux, ces temps-ci. nous passons au large du printemps. c'est le milieu du jour. tout y est en mouvement. tous y est en repos."
buona pasqua, un abbraccio
s.
buona pasqua, un abbraccio
s.
18.4.03
Ok! non voglio rispondere al tuo interrogativo, purtroppo non sono in condizione di farlo ora a causa dei prodotti vegetali tipico-locali. `Ma posso cercare di fare un discorso completamente ipotetico...non ne ho la certezza, non sono convinto dagli argomenti: l'europa, oggi, non dipende più dagli USA per la propria sicurezza, questo proprio perché oggi non ha bisogno di sicurezza a differenza degli Stati Uniti. L'europa non è un paese...ma una speranza. Una speranza non tanto per noi svizzeri, ma tutti i paesi intorno all'europa. Un giorno anche loro se rispetteranno i canoni di "diritti umani",...potranno diventare europei. Essere europei oggi è innanzitutto essere \"postmoderni\", inteso nell'accezione spregiativa di Kagan. Non esiste la paura del diverso, ma solo la possibilità di convivere, chiunque tu sia. Europa embrione del governo mondiale (federazione dei pianeti di Star Trek?). Gli Stati Uniti invece sono un paese che ha perso, forse non ha mai avuto, la volontà di poter crescere con gli altri; essi mantengono sempre uno scalino di differenza, non si possono abbassare agli altri. Per questo hanno bisogno di un esercito potente ed imponente.
Certo questo discorso è possibile solo oggi post \"terza guerra mondiale\": abbiamo capito possedendo l'atomica la sua stessa assurdità. Solo 50 anni fa sarebbe stato impossibile questo discorso.
Tribunale penale internazionale, protocolli per l'ambiente; non che sia tutto rose e fiori, ma l'idealità che ha costituito l'europa è di per sé priva di intenzionalità invadente...priva di "volontà di potenza", con essa non puoi che atteggiarti nello stesso modo...
Scusate l'ottimismo, e le frasi pronte, ma non credo solo che non ci sia l'effetto ombrello Usa sull'europa, Sono convinto che i paesi \"emergenti\" guardino all'europa come esempio di \"diritti umani\", civiltà, qualcosa con cui dialogare perchè vuole stare \"vicino\" e crescere insieme, piùttosto che ogniuno ai propri affari...$
Un abbraccio a tutti
PS grazie Simo, per fortuna che tu mi stimoli...il mio cervello sarebbe già compostaggio per la canapa...:-)";
Certo questo discorso è possibile solo oggi post \"terza guerra mondiale\": abbiamo capito possedendo l'atomica la sua stessa assurdità. Solo 50 anni fa sarebbe stato impossibile questo discorso.
Tribunale penale internazionale, protocolli per l'ambiente; non che sia tutto rose e fiori, ma l'idealità che ha costituito l'europa è di per sé priva di intenzionalità invadente...priva di "volontà di potenza", con essa non puoi che atteggiarti nello stesso modo...
Scusate l'ottimismo, e le frasi pronte, ma non credo solo che non ci sia l'effetto ombrello Usa sull'europa, Sono convinto che i paesi \"emergenti\" guardino all'europa come esempio di \"diritti umani\", civiltà, qualcosa con cui dialogare perchè vuole stare \"vicino\" e crescere insieme, piùttosto che ogniuno ai propri affari...$
Un abbraccio a tutti
PS grazie Simo, per fortuna che tu mi stimoli...il mio cervello sarebbe già compostaggio per la canapa...:-)";
17.4.03
risposta a silvio e corollario.
penso che tu abbia colto in pieno lo spirito (e la teoria, ci mancherebbe) del passo che ho estrapolato dal saggio di scheler sulle virtù. infatti per scheler l'umiltà non gioca unicamente il ruolo di virtù morale e - ma è quello che non riesco ancora bene a vedere - politica, ma anche quello di virtù filosofica per eccellenza (di pari passo con il rispetto). farsi umili di fronte alle cose, ai fenomeni, al manifestarsi di ciò che è pienamente reale (oggetti o persone), è infatti in quella prospettiva (fenomenologica), una parola d'ordine: la possibilità stessa di un accesso alla verità. e pure il concetto di 'interesse' è legato a quella tradizione, al fine di limitarne in qualche modo il temperamento per così dire religioso - lasciare parlare le cose, d'accodo; ma non si risolve il problema (che è già in qualche modo politico, in senso lato e meno lato) di chi si fa loro portavoce: dall'altro lato, dai primi pensatori "moderni" fino all'ermeneutica novecentesca per molti si è trattato di affermare l'idea che l'uomo si definisce proprio come colui che "fa parlare le cose", in sé mute, prive di corde vocali e competenze grammaticali. fino all'estrema conseguenza iper-adamitica: l'uomo della tecnica prende in una prospettiva nihilistica il posto di dio, la verità è il suo verbo, il logos umano, il mondo la sua creazione. a entrambi i lati di questa violenza (quella aristocratico-platonica della rivelazione e quella sofistico-criziana dell'imposizione, per dirla così ma vedi un po' tu... le fomulette non mancano) preferisco sostituire il concetto di 'testimonianza', che intendo come un portare alla voce qualcosa che ci tocca in prima persona. quando tu parli di interesse, io intendo questo. in questo movimento vi è già a mio modo di vedere una necessità di condivisione di ciò che è testimoniato che poco o nulla ha a che fare con l'apprpriazione della cosa in questione o l'imposizione del proprio punto di vista. e qui forse vi è un primo spunto politico: all'interno di una simile pratica del sapere (quello che nel manifesto abbiamo chiamato anche: pratica di verità) prendere la parola non significa appropriarsene, un po' come succede nei dibattiti televisivi, in cui il discorso è esclusivo - nel senso che soggiace al principio di esclusione: quando parlo io, tu non parli, e viceversa (il famigerato osservatorio di pavia fa questo: conta, misura il tempo di parola, in modo che il discorso sia diviso tra i diversi campi politici proporzionalmente alla loro potenza elettorale) - ma offrirla, e in qualche modo darla. in questo senso ci è sembrato utile rievocare termini impegnativi come 'dialogo' e 'dialettica'. così, almeno credo, mi sembra di poter interpretare che cosa significhi parlare in un non-luogo, quale vorrei fosse la lul. testimoniare il proprio interesse per il mondo in cui viviamo: ecco forse un secondo senso in cui può affermarsi la necessità politica di una simile prospettiva.
tuttavia, affinché questo discorso abbia una benché minima ragione di essere, bisogna prima o poi confrontarsi con la storia. a questo proposito, sono inciampato su un articolo di robert kagan: "power and weakness", pubblicato in: policy review, 113, (2002) e tradotto in francese col titolo "puissance et faiblesse" in: "commentaire", 99 (2002-2003) - se interessa a qualcuno è in linea, all'indirizzo www.policyreview.org/JUN02/kagan.html. robert kagan, alcuni tra voi - i più informati - avranno già smesso di leggere imprecando santi e madonne, è un neo-conservatore americano, politologo e consigliere di g.w.bush - gli scriveva anche i discorsi, e se non sbaglio è lui che ha inventato tutte quelle formulette irritanti tipo "stati canaglia" (concetto a cui deridda ha dedicato il suo ultimo libro: "voyous"), "asse del male", ecc. ora, la tesi sostenuta da kagan nel suo articolo, se ho capito bene, è la seguente: l'europa occidentale, a partire dalla seconda guerra mondiale, e, in maniera ancora più marcata, dalla caduta del muro di berlino, si sta sempre più smilitarizzando, abbandonando quindi una logica di potenza in favore di una della debolezza e del dialogo. l'europa, secondo kagan, si è installata nella post-modernità, dopo la fine della storia. ma se ciò le è stato possibile, se l'europa a potuto uscire dalla storia - questa la sua tesi più forte - è perché gli stati uniti d'america nella storia si sono mantenuti, e con molto vigore. detto schiettamente: se voi europe potete permettervi di discutere tranquillamente i pro e i contro della guerra, e di filosofarci sopra, è perché noi la guerra la facciamo, e facendola manteniamo l'ordine nel mondo. un livello ancora più tribale di parafrasi dell'argomentazione sarebbe: voi europei siete delle checche e noi vi pariamo il culo; e da vere checche ci dite pure: "bruti!". magari esagero, ma mi sembra che il succo del discorso sia questo. e mi pone non pochi problemi: 1. il processo di "femminilizzazione" (grosso modo: la rinuncia alla potenza e l'elogio della debolezza) descritto da kagan è veramente possibile solo attraverso l'uso della forza da parte di un'altro che possa permetterne lo svolgimento? o, in altri termini, la debolezza è un lusso (gli usa portano a casa la pagnotta e noi ce la pappiamo)? e 2. se si, non siamo nel dovere di accettare l'idea - in sé decretante l'impossibilità di ogni progetto anarchico - secondo la quale il male, una volta che ha avuto inizio, è necessario? che basti un solo uomo "malvagio" per giustificare la violenza e la repressione? (o più modestamente: lo stato?)
un'idea, per quanto confusa, penso di averla. ma sono troppo stanco per rifletterci su questa sera.
buona notte, un abbraccio
s.
penso che tu abbia colto in pieno lo spirito (e la teoria, ci mancherebbe) del passo che ho estrapolato dal saggio di scheler sulle virtù. infatti per scheler l'umiltà non gioca unicamente il ruolo di virtù morale e - ma è quello che non riesco ancora bene a vedere - politica, ma anche quello di virtù filosofica per eccellenza (di pari passo con il rispetto). farsi umili di fronte alle cose, ai fenomeni, al manifestarsi di ciò che è pienamente reale (oggetti o persone), è infatti in quella prospettiva (fenomenologica), una parola d'ordine: la possibilità stessa di un accesso alla verità. e pure il concetto di 'interesse' è legato a quella tradizione, al fine di limitarne in qualche modo il temperamento per così dire religioso - lasciare parlare le cose, d'accodo; ma non si risolve il problema (che è già in qualche modo politico, in senso lato e meno lato) di chi si fa loro portavoce: dall'altro lato, dai primi pensatori "moderni" fino all'ermeneutica novecentesca per molti si è trattato di affermare l'idea che l'uomo si definisce proprio come colui che "fa parlare le cose", in sé mute, prive di corde vocali e competenze grammaticali. fino all'estrema conseguenza iper-adamitica: l'uomo della tecnica prende in una prospettiva nihilistica il posto di dio, la verità è il suo verbo, il logos umano, il mondo la sua creazione. a entrambi i lati di questa violenza (quella aristocratico-platonica della rivelazione e quella sofistico-criziana dell'imposizione, per dirla così ma vedi un po' tu... le fomulette non mancano) preferisco sostituire il concetto di 'testimonianza', che intendo come un portare alla voce qualcosa che ci tocca in prima persona. quando tu parli di interesse, io intendo questo. in questo movimento vi è già a mio modo di vedere una necessità di condivisione di ciò che è testimoniato che poco o nulla ha a che fare con l'apprpriazione della cosa in questione o l'imposizione del proprio punto di vista. e qui forse vi è un primo spunto politico: all'interno di una simile pratica del sapere (quello che nel manifesto abbiamo chiamato anche: pratica di verità) prendere la parola non significa appropriarsene, un po' come succede nei dibattiti televisivi, in cui il discorso è esclusivo - nel senso che soggiace al principio di esclusione: quando parlo io, tu non parli, e viceversa (il famigerato osservatorio di pavia fa questo: conta, misura il tempo di parola, in modo che il discorso sia diviso tra i diversi campi politici proporzionalmente alla loro potenza elettorale) - ma offrirla, e in qualche modo darla. in questo senso ci è sembrato utile rievocare termini impegnativi come 'dialogo' e 'dialettica'. così, almeno credo, mi sembra di poter interpretare che cosa significhi parlare in un non-luogo, quale vorrei fosse la lul. testimoniare il proprio interesse per il mondo in cui viviamo: ecco forse un secondo senso in cui può affermarsi la necessità politica di una simile prospettiva.
tuttavia, affinché questo discorso abbia una benché minima ragione di essere, bisogna prima o poi confrontarsi con la storia. a questo proposito, sono inciampato su un articolo di robert kagan: "power and weakness", pubblicato in: policy review, 113, (2002) e tradotto in francese col titolo "puissance et faiblesse" in: "commentaire", 99 (2002-2003) - se interessa a qualcuno è in linea, all'indirizzo www.policyreview.org/JUN02/kagan.html. robert kagan, alcuni tra voi - i più informati - avranno già smesso di leggere imprecando santi e madonne, è un neo-conservatore americano, politologo e consigliere di g.w.bush - gli scriveva anche i discorsi, e se non sbaglio è lui che ha inventato tutte quelle formulette irritanti tipo "stati canaglia" (concetto a cui deridda ha dedicato il suo ultimo libro: "voyous"), "asse del male", ecc. ora, la tesi sostenuta da kagan nel suo articolo, se ho capito bene, è la seguente: l'europa occidentale, a partire dalla seconda guerra mondiale, e, in maniera ancora più marcata, dalla caduta del muro di berlino, si sta sempre più smilitarizzando, abbandonando quindi una logica di potenza in favore di una della debolezza e del dialogo. l'europa, secondo kagan, si è installata nella post-modernità, dopo la fine della storia. ma se ciò le è stato possibile, se l'europa a potuto uscire dalla storia - questa la sua tesi più forte - è perché gli stati uniti d'america nella storia si sono mantenuti, e con molto vigore. detto schiettamente: se voi europe potete permettervi di discutere tranquillamente i pro e i contro della guerra, e di filosofarci sopra, è perché noi la guerra la facciamo, e facendola manteniamo l'ordine nel mondo. un livello ancora più tribale di parafrasi dell'argomentazione sarebbe: voi europei siete delle checche e noi vi pariamo il culo; e da vere checche ci dite pure: "bruti!". magari esagero, ma mi sembra che il succo del discorso sia questo. e mi pone non pochi problemi: 1. il processo di "femminilizzazione" (grosso modo: la rinuncia alla potenza e l'elogio della debolezza) descritto da kagan è veramente possibile solo attraverso l'uso della forza da parte di un'altro che possa permetterne lo svolgimento? o, in altri termini, la debolezza è un lusso (gli usa portano a casa la pagnotta e noi ce la pappiamo)? e 2. se si, non siamo nel dovere di accettare l'idea - in sé decretante l'impossibilità di ogni progetto anarchico - secondo la quale il male, una volta che ha avuto inizio, è necessario? che basti un solo uomo "malvagio" per giustificare la violenza e la repressione? (o più modestamente: lo stato?)
un'idea, per quanto confusa, penso di averla. ma sono troppo stanco per rifletterci su questa sera.
buona notte, un abbraccio
s.
Cari elementi disgregati,
stavo riflettendo sulle parole di Scheler riportate da Simo (15.4.2003). Trovo che questo passaggio sia fondamentale. Ad una prima riflessione ho ricondotto il fondamento della "volontà di potenza" allo spirito che soggiace al "desiderio". In esso ritrovo la struttura del potere, la forza della costrizione. Nell'atto del desiderio si ritrova l'intensione patologica dell'uomo di essere lncontrastato padrone di qualcosa. Ciò che Scheler nomina "umile" è secondo me l'intesione di osservare il mondo, di percepirne il gusto, di apprezzarne le sfumature che si riscontra nel "interesse". In questa accezione l'atto "interessato" è disincantato dalla possibilità stessa di poter avere completamente. L'interesse è privo della volontà di potenza perché disincantato, "disinteressato" dal possedere pienamente. In questi termini, nella nostra società il desiderio diviene contradizione: se da una parte il relativismo culturale ci impone di non riconoscere la superiorità di un discorso su un altro, di non poter credere ad una verità, quindi della stessa possibilità di "possedere" completamente un oggetto qualsiasi; dall'altra il desiderio vuole come fine ultimo avere completamente un oggetto. Essere desideranti è oggi in contraddizione con la nostra stessa quotidianità. L'interesse invece si pone come possibilità di godere di ciò che possiamo "contemplare", senza nessuna supponenza di poterlo avere per noi. In esso non esiste la possibilità di una verità, c'è invece l'accetazione stessa della molteplicità, della precarietà del mondo. L'umiltà scheleriana fa emergere la seconda differenza che esiste tra desiderio e interesse. Se il desiderio vuole poter controllare ogni aspetto di ciò che viene a possedere, L'atto "interessato" si pone al contrario nella dialettica aperta che si scorge nella relazione con l'oggetto, come variabile, come elemento che nutre e fa parte della conoscenza stessa, non la controlla, né è, alcontrario, in parte in balia.
Pur essendo unicamente degli abbozzi di riflessione spero di poter contribuire a questo dibattito fondamentale della LUL.
Un abbraccio a tutti
Silvio
stavo riflettendo sulle parole di Scheler riportate da Simo (15.4.2003). Trovo che questo passaggio sia fondamentale. Ad una prima riflessione ho ricondotto il fondamento della "volontà di potenza" allo spirito che soggiace al "desiderio". In esso ritrovo la struttura del potere, la forza della costrizione. Nell'atto del desiderio si ritrova l'intensione patologica dell'uomo di essere lncontrastato padrone di qualcosa. Ciò che Scheler nomina "umile" è secondo me l'intesione di osservare il mondo, di percepirne il gusto, di apprezzarne le sfumature che si riscontra nel "interesse". In questa accezione l'atto "interessato" è disincantato dalla possibilità stessa di poter avere completamente. L'interesse è privo della volontà di potenza perché disincantato, "disinteressato" dal possedere pienamente. In questi termini, nella nostra società il desiderio diviene contradizione: se da una parte il relativismo culturale ci impone di non riconoscere la superiorità di un discorso su un altro, di non poter credere ad una verità, quindi della stessa possibilità di "possedere" completamente un oggetto qualsiasi; dall'altra il desiderio vuole come fine ultimo avere completamente un oggetto. Essere desideranti è oggi in contraddizione con la nostra stessa quotidianità. L'interesse invece si pone come possibilità di godere di ciò che possiamo "contemplare", senza nessuna supponenza di poterlo avere per noi. In esso non esiste la possibilità di una verità, c'è invece l'accetazione stessa della molteplicità, della precarietà del mondo. L'umiltà scheleriana fa emergere la seconda differenza che esiste tra desiderio e interesse. Se il desiderio vuole poter controllare ogni aspetto di ciò che viene a possedere, L'atto "interessato" si pone al contrario nella dialettica aperta che si scorge nella relazione con l'oggetto, come variabile, come elemento che nutre e fa parte della conoscenza stessa, non la controlla, né è, alcontrario, in parte in balia.
Pur essendo unicamente degli abbozzi di riflessione spero di poter contribuire a questo dibattito fondamentale della LUL.
Un abbraccio a tutti
Silvio
come sapete forse, quest'anno la riunione del g8 si svolegrà a evian, ridente e termale cittadina sulla sponda francese del lago lemano. per informazione, l'incontro degli otto bambèla - per dirla un po' populisticamente - si svolgerà con tutta probabilità, se bush acceterà di mettere piede in francia, domenica 1, lunedì 2 e martedì 3 giugno. le manif più importanti avranno luogo domenica - ho sentito parlare di almeno due grandi sfilate, da ginevra (ch) e da annemasse (fr), che è anche sede del social forum, che dovrebbero congiungersi alla frontiera. molte attività saranno comunque in svizzera, un po' ovunque sul lago lemano. per gli interessati, attc suisse organizzerà - siamo in tema - anche una tavola rotonda il 30 maggio su "La guerre de l 'information" (www.suisse.attac.org/article284.html e www.local.attac.org/geneve/).
io abito proprio qui vicino, quindi, chi volesse venire a testimoniare il proprio disappunto per lo stato attuale delle cose...
qualche link:
www.g8.fr/evian (sito ufficiale del g8, con bella foto di chiraq in copertina)
www.g8-evian2003.org (sito della coordinazione anti g8)
www.evian-g8.org (altro sito anti-g8)
www.forumsociallemanique.org (sito del social forum locale)
www.bellaciao.org/dossiers/G8evian (speciale g8 del collettivo "bellaciao")
www.indymedia.ch/it/ (indymedia svizzera)
un abbraccio combattente
s.
io abito proprio qui vicino, quindi, chi volesse venire a testimoniare il proprio disappunto per lo stato attuale delle cose...
qualche link:
www.g8.fr/evian (sito ufficiale del g8, con bella foto di chiraq in copertina)
www.g8-evian2003.org (sito della coordinazione anti g8)
www.evian-g8.org (altro sito anti-g8)
www.forumsociallemanique.org (sito del social forum locale)
www.bellaciao.org/dossiers/G8evian (speciale g8 del collettivo "bellaciao")
www.indymedia.ch/it/ (indymedia svizzera)
un abbraccio combattente
s.
15.4.03
ho trovato in questo passaggio di un saggetto di max scheler (1874-1928), zur rehabilitierung der tugend (riabilitare la virtù), uno spunto interessante riguardo a signoria e servitù, volontà di potenza e risentimento:
"L'essere servile vuole dominare e solo un deficit di forza e di ricchezza lo fa inchinare davanti al suo signore e servirlo con le sue mani. l'umiltà invece è innanzitutto una virtù di signori nati [...]. l'umile compie ogni atto del suo dominio in una profonda, segreta disposizione a servire ciò su cui domina. per lui è solo condotta ciò che per l'essere servile è centro: la volontà di dominio! centro per lui è ciò che per l'uomo servile è solo condotta: disposizione a servire." (tr. it. in max scheler, il valore della vita emotiva. milano, guerini, 1999, p. 171)
in questo passaggio non è affermata la necessità, ma la possibilità di un rapporto intersoggettivo in qualche modo radicalmente altro rispetto alla logica della lotta tra i forti e i deboli, tra servi e signori (o perlomeno, all'interno di un lessico che è ancora quello del dominio, la possibilità di muoversi al suo interno in maniera quelque peu differente). in ogni caso, mi sembra evidente che, almeno per il momento, ci troviamo su questo campo di battaglia, sempre o per lo più. secondo scheler, si tratterebbe quindi di condurre la nostra volontà verso l'umiltà: "voler servire", invece che "voler dominare". affermare la libertà di questo volere significa negare la radicalità e l'ineludibilità del male, almeno in una prospettiva personale. significa criticare alla sua radice la tesi dell'egoismo naturale dell'uomo (l'homo homini lupus di cui scrive silvio), lasciando intatta, e anzi: riaffermando con forza, la tesi del potere come radice del male. resterebbe poi il passaggio - così almeno credo che il problema si ponga in una simile prospettiva - dal campo etico a quello politico: si può pensare ad una politica dell'umiltà che ristrutturi in qualche modo il capo dei rapporti politici amici-nemici? e: può l'umiltà essere pensata come necessaria?
a rischio di sembrare monotono, penso che sia necessario approfondire questi problemi in vista della lul, prima ancora che nella lul stessa, se essa vuole essere quel non-luogo in cui articolare una politica (culturale, scientifica, economica...) e una pratica della non-violenza.
un abbraccio a tutti
s.
"L'essere servile vuole dominare e solo un deficit di forza e di ricchezza lo fa inchinare davanti al suo signore e servirlo con le sue mani. l'umiltà invece è innanzitutto una virtù di signori nati [...]. l'umile compie ogni atto del suo dominio in una profonda, segreta disposizione a servire ciò su cui domina. per lui è solo condotta ciò che per l'essere servile è centro: la volontà di dominio! centro per lui è ciò che per l'uomo servile è solo condotta: disposizione a servire." (tr. it. in max scheler, il valore della vita emotiva. milano, guerini, 1999, p. 171)
in questo passaggio non è affermata la necessità, ma la possibilità di un rapporto intersoggettivo in qualche modo radicalmente altro rispetto alla logica della lotta tra i forti e i deboli, tra servi e signori (o perlomeno, all'interno di un lessico che è ancora quello del dominio, la possibilità di muoversi al suo interno in maniera quelque peu differente). in ogni caso, mi sembra evidente che, almeno per il momento, ci troviamo su questo campo di battaglia, sempre o per lo più. secondo scheler, si tratterebbe quindi di condurre la nostra volontà verso l'umiltà: "voler servire", invece che "voler dominare". affermare la libertà di questo volere significa negare la radicalità e l'ineludibilità del male, almeno in una prospettiva personale. significa criticare alla sua radice la tesi dell'egoismo naturale dell'uomo (l'homo homini lupus di cui scrive silvio), lasciando intatta, e anzi: riaffermando con forza, la tesi del potere come radice del male. resterebbe poi il passaggio - così almeno credo che il problema si ponga in una simile prospettiva - dal campo etico a quello politico: si può pensare ad una politica dell'umiltà che ristrutturi in qualche modo il capo dei rapporti politici amici-nemici? e: può l'umiltà essere pensata come necessaria?
a rischio di sembrare monotono, penso che sia necessario approfondire questi problemi in vista della lul, prima ancora che nella lul stessa, se essa vuole essere quel non-luogo in cui articolare una politica (culturale, scientifica, economica...) e una pratica della non-violenza.
un abbraccio a tutti
s.
13.4.03
Cari specchi offuscati,
la settimana passata ho dovuto partecipare ad un corso di protezione civile. Non ho letto il luogo e me ne scuso. Tornato nel deserto ho trovato due interventi importanti che meritano una riflessione accurata che certo non si potrà esaurire con questo intervento. Vorrei sottolineare che sono le prime vere domande dall'inizio del conflitto.
Laura (1.4) e Simo (9.4 e 13.4).
Caro Simo,
la tua domanda mi imbarazza molto infatti capisco la sua difficoltà. L'origine della violenza? della volontà di potenza? Beh se fossi un filosofo naturale forse ti direi che la sua fonte è la parte istintiva, aggressiva arcaica del nostro comportamento legata ai percorsi celebrali "primitivi" (come il sesso?); un cattolico, forse, che è nella libertà di scelta che Dio ci ha dato. Ma nessuna di queste è una risposta. Non è di questo che tu domandi se ho interpretato giusto. Se devo essere sincero una risposta in mente ce l'ho, ma è troppo radicale ora per essere esposta. Potrei però mettere in campo degli elementi non miei: se il mitico Hobbes affermava homo homini lupus e Hegel lo leggeva come fenomeno storico, Orwell vi vedeva il semplice POTERE, né più né meno. Forse oggi, si mostra con un vestito economico estremista, ma non è molto differente dal passato.
Mi dispiace, ma non riesco a vedere con lucidità le possibili soluzioni, me ne scuso. Spero di poter con il tempo approfondire un'analisi.
Cara Laura,
noi abbiamo parlato a lungo su questo, ma penso che alcune cose vadano riportate anche qui nel luogo. Penso che il problema stia nel tentativo di farci dimenticare chi siamo. Il problema è che non riflettiamo più sulla nostra condizione, ma solo su quella degli altri (Irak, USA,..). Negli ultimi anni la riflessione su noi stessi si è sviluppata molto e si è concretizzata in vari movimenti ed associazioni. Bene! ora siamo confrontati con il pericolo di perderci un po'. Pensiamo ad altro (guerra, per es.) ci stiamo di nuovo dimenticando di noi stessi. La LuL è un tentativo di ampliare la riflessione! Diamoci da fare!
Ultima considerazione
Siamo posti, forse per la prima volta nella nostra vita, di fronte ad una guerra. Una guerra che non è finita e non finirà certo oggi o domani. Una guerra che non è iniziata il 20 marzo, ma nel 2001. Nonostante essa perduri da oramai 1 anno e mezzo, non sappiamo molto sui suoi scopi, sui motivi scatenanti o sugli obiettivi militari. L'unico elemento che ci è permesso conoscere è il suo nome. Strano, storicamente avviene esattamente il contrario. Quando si viene a sapere dello scoppio delle ostilità tra due paesi o gruppi, se ne conoscono sempre i motivi, ufficiali o non ufficiali che siano. Il nome arriva sempre dopo. La Nostra è composta da due termini. Ecco, qualcosa sappiamo di questa guerra, sarà duratura (enduring). Tutto il resto è difficilmente decifrabile. C'è qualcosa di estremamente psicopatico in tutto questo, voler così bene alla propria creatura da pagare qualcuno per addobbarla con un immagine per vendere: hanno inventato il prodotto "guerra". Qualche cosa che ci viene spacciato come buono e giusto, da usare e consumare, e come tutti i prodotti "moderni": altamente tecnologico, dunque, affidabile. D'altrocanto cosa c'è di più folle del desiderare una guerra duratura (enduring) e infinita (Infinite)? Forse semanticamente si può comprende la sua ineluttabilità, e nell'inevitabilità capire la sua assurda e inaccettabile origine.
Scusate se non ho scritto molto bene, ma ho passato una settimana di torture: privo di congiuntivi e di corretta grammatica
la settimana passata ho dovuto partecipare ad un corso di protezione civile. Non ho letto il luogo e me ne scuso. Tornato nel deserto ho trovato due interventi importanti che meritano una riflessione accurata che certo non si potrà esaurire con questo intervento. Vorrei sottolineare che sono le prime vere domande dall'inizio del conflitto.
Laura (1.4) e Simo (9.4 e 13.4).
Caro Simo,
la tua domanda mi imbarazza molto infatti capisco la sua difficoltà. L'origine della violenza? della volontà di potenza? Beh se fossi un filosofo naturale forse ti direi che la sua fonte è la parte istintiva, aggressiva arcaica del nostro comportamento legata ai percorsi celebrali "primitivi" (come il sesso?); un cattolico, forse, che è nella libertà di scelta che Dio ci ha dato. Ma nessuna di queste è una risposta. Non è di questo che tu domandi se ho interpretato giusto. Se devo essere sincero una risposta in mente ce l'ho, ma è troppo radicale ora per essere esposta. Potrei però mettere in campo degli elementi non miei: se il mitico Hobbes affermava homo homini lupus e Hegel lo leggeva come fenomeno storico, Orwell vi vedeva il semplice POTERE, né più né meno. Forse oggi, si mostra con un vestito economico estremista, ma non è molto differente dal passato.
Mi dispiace, ma non riesco a vedere con lucidità le possibili soluzioni, me ne scuso. Spero di poter con il tempo approfondire un'analisi.
Cara Laura,
noi abbiamo parlato a lungo su questo, ma penso che alcune cose vadano riportate anche qui nel luogo. Penso che il problema stia nel tentativo di farci dimenticare chi siamo. Il problema è che non riflettiamo più sulla nostra condizione, ma solo su quella degli altri (Irak, USA,..). Negli ultimi anni la riflessione su noi stessi si è sviluppata molto e si è concretizzata in vari movimenti ed associazioni. Bene! ora siamo confrontati con il pericolo di perderci un po'. Pensiamo ad altro (guerra, per es.) ci stiamo di nuovo dimenticando di noi stessi. La LuL è un tentativo di ampliare la riflessione! Diamoci da fare!
Ultima considerazione
Siamo posti, forse per la prima volta nella nostra vita, di fronte ad una guerra. Una guerra che non è finita e non finirà certo oggi o domani. Una guerra che non è iniziata il 20 marzo, ma nel 2001. Nonostante essa perduri da oramai 1 anno e mezzo, non sappiamo molto sui suoi scopi, sui motivi scatenanti o sugli obiettivi militari. L'unico elemento che ci è permesso conoscere è il suo nome. Strano, storicamente avviene esattamente il contrario. Quando si viene a sapere dello scoppio delle ostilità tra due paesi o gruppi, se ne conoscono sempre i motivi, ufficiali o non ufficiali che siano. Il nome arriva sempre dopo. La Nostra è composta da due termini. Ecco, qualcosa sappiamo di questa guerra, sarà duratura (enduring). Tutto il resto è difficilmente decifrabile. C'è qualcosa di estremamente psicopatico in tutto questo, voler così bene alla propria creatura da pagare qualcuno per addobbarla con un immagine per vendere: hanno inventato il prodotto "guerra". Qualche cosa che ci viene spacciato come buono e giusto, da usare e consumare, e come tutti i prodotti "moderni": altamente tecnologico, dunque, affidabile. D'altrocanto cosa c'è di più folle del desiderare una guerra duratura (enduring) e infinita (Infinite)? Forse semanticamente si può comprende la sua ineluttabilità, e nell'inevitabilità capire la sua assurda e inaccettabile origine.
Scusate se non ho scritto molto bene, ma ho passato una settimana di torture: privo di congiuntivi e di corretta grammatica
la domanda della domenica:
sembra che gli americani abbiano vinto la guerra. il popolo irakeno esulta, ringrazia, abbraccia, bacia i soldati americani che hanno liberato l'irak dalla dittatura di saddam hussein. alla tv non si vede altro. fino a qualche giorno fa non avrei mai immaginato che delle manifestazioni potessero avere una tale copertura mediatica. per una volta, credo, nessuno contesta il numero di partecipanti. a evian sarà diverso. gli americani dunque hanno vinto. ne sono convinti: secondo i sondaggi gli americani favorevoli alla guerra sono oramai quasi l'80%. quel che è peggio, sembriamo esserne convinti anche noi. alla televisione francese, ci si interroga sulla posizione di chiaq contro la guerra, ora considerata troppo dura: e se poi ci tagliano fuori dalla ricostruzione? e se cacciano elf dall'irak? i media francesi cercano di distogliere l'attenzione dalla calorosa accoglienza del popolo irakeno, mostrando sempre più immagini dei saccheggi dei palazzi del potere irakeno. l'unico ministero protetto dai soldati americani è quello del petrolio, e chissà perché... l'accento è posto sull'insicurezza dei cittadini di bagdad, per l'assenza della polizia. mi sembrano gli stessi reportages che hanno permesso in francia la rielezione di chiraq: le vecchiette scippate dai giovani arabi, la necessità di reprimere, restaurare l'ordine e il rispetto delle leggi della repubblica, limitare l'immigrazione, la lotta contro i clandestini, rinforzare le pene. strano come vanno le cose...ma li avete visti? avete visto ai lati delle inquadrature tv, ai lati della folla esultante per l'arrivo dei marines, degli uomini armati? no, non gli americani, quegli altri, irakeni. li avete visti, o li ho visti solo io? sono frutto della loro politica o della mia ideologia? questa domanda mi fa paura. potete, se volete, rispondermi con un si o con un no.
un abbraccio
s.
sembra che gli americani abbiano vinto la guerra. il popolo irakeno esulta, ringrazia, abbraccia, bacia i soldati americani che hanno liberato l'irak dalla dittatura di saddam hussein. alla tv non si vede altro. fino a qualche giorno fa non avrei mai immaginato che delle manifestazioni potessero avere una tale copertura mediatica. per una volta, credo, nessuno contesta il numero di partecipanti. a evian sarà diverso. gli americani dunque hanno vinto. ne sono convinti: secondo i sondaggi gli americani favorevoli alla guerra sono oramai quasi l'80%. quel che è peggio, sembriamo esserne convinti anche noi. alla televisione francese, ci si interroga sulla posizione di chiaq contro la guerra, ora considerata troppo dura: e se poi ci tagliano fuori dalla ricostruzione? e se cacciano elf dall'irak? i media francesi cercano di distogliere l'attenzione dalla calorosa accoglienza del popolo irakeno, mostrando sempre più immagini dei saccheggi dei palazzi del potere irakeno. l'unico ministero protetto dai soldati americani è quello del petrolio, e chissà perché... l'accento è posto sull'insicurezza dei cittadini di bagdad, per l'assenza della polizia. mi sembrano gli stessi reportages che hanno permesso in francia la rielezione di chiraq: le vecchiette scippate dai giovani arabi, la necessità di reprimere, restaurare l'ordine e il rispetto delle leggi della repubblica, limitare l'immigrazione, la lotta contro i clandestini, rinforzare le pene. strano come vanno le cose...ma li avete visti? avete visto ai lati delle inquadrature tv, ai lati della folla esultante per l'arrivo dei marines, degli uomini armati? no, non gli americani, quegli altri, irakeni. li avete visti, o li ho visti solo io? sono frutto della loro politica o della mia ideologia? questa domanda mi fa paura. potete, se volete, rispondermi con un si o con un no.
un abbraccio
s.
9.4.03
deponete la vanga... (e sostenete questa band)
volevo una guerra breve, forse mi sbagliavo. non era quello il problema. oggi il mondo libero è entrato a bagdad con le armi, combattendo la resistenza irakena. il regime di saddam hussein sembra crollato. domani, il mondo libero regalerà delle armi e delle uniformi agli irakeni, affinché un nuovo regime si instauri. gli oppressori saranno oppressi, gli oppressi saranno i nuovi oppressori. come nel raccondo di düremmat il torturatore sarà torturato a sua volta. senza saperlo, avevo visto giusto: i privilegi di guerra finiti, la morte è per tutti...
che cosa ci spinge alla violenza? che cosa determina la volontà di potenza che ci porta alla sopraffazione? quali radici ha l'impresa di sovranità che intraprendiamo in ogni momento della nostra vita? il principale significato della lul e di questo luogo - almeno così io lo sento intimemente - è proprio la ricerca di uno spazio che si sottragga alla logica della lotta e del potere. forse qualcuno tra voi, che cerca di costruire a fatica questo luogo, e in qualche modo già lo frequenta, saprà rispondermi. forse... lo spero.
oggi più che mai quello che stiamo cercando di fare mi sembra importante. e per nulla scontato. difficile, in un mondo dove proliferano giardini - con campi minati attorno e cani da guerra al cancello. io il mio giardino lo lascio volontariamente andare a puttane, mi costa fatica vederlo marcire, seccare. preferisco una luna, sulla quale esplorare i miei limiti e l'infinito degli altri.
un abbraccio
s
volevo una guerra breve, forse mi sbagliavo. non era quello il problema. oggi il mondo libero è entrato a bagdad con le armi, combattendo la resistenza irakena. il regime di saddam hussein sembra crollato. domani, il mondo libero regalerà delle armi e delle uniformi agli irakeni, affinché un nuovo regime si instauri. gli oppressori saranno oppressi, gli oppressi saranno i nuovi oppressori. come nel raccondo di düremmat il torturatore sarà torturato a sua volta. senza saperlo, avevo visto giusto: i privilegi di guerra finiti, la morte è per tutti...
che cosa ci spinge alla violenza? che cosa determina la volontà di potenza che ci porta alla sopraffazione? quali radici ha l'impresa di sovranità che intraprendiamo in ogni momento della nostra vita? il principale significato della lul e di questo luogo - almeno così io lo sento intimemente - è proprio la ricerca di uno spazio che si sottragga alla logica della lotta e del potere. forse qualcuno tra voi, che cerca di costruire a fatica questo luogo, e in qualche modo già lo frequenta, saprà rispondermi. forse... lo spero.
oggi più che mai quello che stiamo cercando di fare mi sembra importante. e per nulla scontato. difficile, in un mondo dove proliferano giardini - con campi minati attorno e cani da guerra al cancello. io il mio giardino lo lascio volontariamente andare a puttane, mi costa fatica vederlo marcire, seccare. preferisco una luna, sulla quale esplorare i miei limiti e l'infinito degli altri.
un abbraccio
s
2.4.03
cito da un film su sarajevo, dove si svolge un teatro in cui si recita:
"oggi i privilegi di guerra sono finiti: la morte è per tutti"
un abbraccio
s
"oggi i privilegi di guerra sono finiti: la morte è per tutti"
un abbraccio
s
1.4.03
piiiccola correzione...ho notato che lottando con il mio amico Jonny ho storpiato la parola telegiornale togliendo "tele"...
Hasta
Hasta
Coucou tout-le-monde!
Sono stata a Ginevra davanti all'OMC sabato. Eravamo migliaia e ho visto per la prima volta oltre alla multiformità dei metodi di resistenza al capitalismo sfrenato ( da chi spraia i muri, a chi canta, a chi prega, a chi resta in silenzio...) un nuova caratteristica, ossia la diversità dello scopo. C'era gente che invocava la fine di questa guerra, altri la cessazione delle speculazioni finanziarie, altri ancora la fine dell'era nucleare, poi c'era chi rivendicava il diritto a mangiare sano e chi manifestava per la protezione delle acque. Tutto era così omogeneo che molti nemmeno l'hanno notato...che sia l'emergenza di una nuova consapevolezza che l'economia detta legge in tutti gli ambiti e non importa più chi sei e che problema hai?
Sono sempre più disorientata perché non voglio essere sottoposta alla violenza (simbolica e non) della televisione e mi sento di non sapere mai abbastanza, la forza del giornale sta nel farti pensare di pensare e sapere di sapere, cioè, ti aiuta a pensare di sapere....quando leggo un articolo e arrivo in fondo la sento l'insoddisfazione di non avere i dettagli della notizia, di non ricevere le informazioni di un certo tipo...ma no! La tv ti fa ubriacare di immagini tanto che non ne puoi più, sei più che soddisfatto sei straboccante di non sai nemmeno tu cosa e soprattutto ti sembra di aver toccato con mano la situazione: hai potuto guardare con i tuoi occhi! Sai quello di cui parli quando al bar si parla di attualità.
Io mi sento lontana anni luce dalla possibilità non solo di sapere ma anche di discutere di ciò che sta accadendo...
Generazione D
Paura
Ecoazione sociale
permovimento incontrollato
ereazioni ignorate
relazioni ali-n-eate
in formazioni accavallate
in utili.
La manifestazione è una droga (?)
-scusate il delirio-
Laura nel paese delle gozzoviglie
Non so perché ma non riesco a mandare i testi mantenendo gli spazi...
Sono stata a Ginevra davanti all'OMC sabato. Eravamo migliaia e ho visto per la prima volta oltre alla multiformità dei metodi di resistenza al capitalismo sfrenato ( da chi spraia i muri, a chi canta, a chi prega, a chi resta in silenzio...) un nuova caratteristica, ossia la diversità dello scopo. C'era gente che invocava la fine di questa guerra, altri la cessazione delle speculazioni finanziarie, altri ancora la fine dell'era nucleare, poi c'era chi rivendicava il diritto a mangiare sano e chi manifestava per la protezione delle acque. Tutto era così omogeneo che molti nemmeno l'hanno notato...che sia l'emergenza di una nuova consapevolezza che l'economia detta legge in tutti gli ambiti e non importa più chi sei e che problema hai?
Sono sempre più disorientata perché non voglio essere sottoposta alla violenza (simbolica e non) della televisione e mi sento di non sapere mai abbastanza, la forza del giornale sta nel farti pensare di pensare e sapere di sapere, cioè, ti aiuta a pensare di sapere....quando leggo un articolo e arrivo in fondo la sento l'insoddisfazione di non avere i dettagli della notizia, di non ricevere le informazioni di un certo tipo...ma no! La tv ti fa ubriacare di immagini tanto che non ne puoi più, sei più che soddisfatto sei straboccante di non sai nemmeno tu cosa e soprattutto ti sembra di aver toccato con mano la situazione: hai potuto guardare con i tuoi occhi! Sai quello di cui parli quando al bar si parla di attualità.
Io mi sento lontana anni luce dalla possibilità non solo di sapere ma anche di discutere di ciò che sta accadendo...
Generazione D
Paura
Ecoazione sociale
permovimento incontrollato
ereazioni ignorate
relazioni ali-n-eate
in formazioni accavallate
in utili.
La manifestazione è una droga (?)
-scusate il delirio-
Laura nel paese delle gozzoviglie
Non so perché ma non riesco a mandare i testi mantenendo gli spazi...
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