22.3.04

SULLA FELICITÀ DELLA PULSIONE.


ciao silvio, ho riflettuto sulla nostra discussione al telefono di ieri pomeriggio...

la natura della pulsione.

mi è ancora oscuro ciò che intendi per pulsione di base, se questo concetto debba essere riferito a qualcosa come la natura umana in generale (che cos'è l'uomo? e in un certo senso: come "funziona"?) oppure all'individuo singolo (chi sono io? perché faccio quello che faccio?). al di là di questa ambivalenza, penso che in ogni caso la prima domanda possa tranquillamente (!) scivolare nella seconda. se ho capito bene il problema è quindi il seguente: perché sto bene quando faccio certe cose e sto male quando ne faccio altre? perché mi trovo bene in certe situazioni e a disagio in altre?


l'individuo e l'illusione del benessere.

questo problema rinvia a sua volta al problema del senso... ora, mi sembra che in una società come la nostra - società il cui personaggio centrale è l'individuo - il problema del senso del fare (e dell'esistenza) ruota attorno all'idea stessa dell'autenticità, nel senso che vale il seguente postulato: la felicità passa necessariamente per l'autorealizzazione. questa proposizione esprime a mio parere qualcosa di innegabile: non ci è possibile pensare un altro modo della felicità che non sia quello della realizzazione individuale, del divenire ciò che si è, del fare nel senso di costruire la propria vita secondo le proprie aspirazioni più profonde: la pulsione è ciò che da la forma alla vita. Ora, se questo è l'orizzonte insuperabile in cui ci muoviamo, la base su cui questo orizzonte tiene è sospetta, perché:
1. postula la radicale sradicatezza dell'individuo rispetto al mondo e agli altri (assolutezza: presuppone che sia possibile essere da soli);
2. non contempla il problema della compatibilità tra le felicità delle differenti monadi (solipsismo: presuppone che sia possibile essere felici da soli);
3. pone come fine di ogni vita individuale la dimensione della felicità (edonismo: postula la felicità come senso dell'essere).
in questi termini, la felicità e il benessere lasciano il terreno della sola affettività ed entrano in quello della mitologia: felicità e benessere (COME IMPERATIVI DELLA VITA BUONA) sono illusioni, simulacri creati dal capitalismo per accrescerne il controllo sugli individui. per intenderci: compra, e sarai felice! guarda, e sarai felice! lavora, e sarai felice! ma anche: vai nel tuo eremo in campagna e fai un bel agriturismo, e sarai felice (non detto: e non stare qui a romperci i coglioni, o non rompere i coglioni ai tuoi concittadini, che sono felici così come sono)! insomma: coltiva il tuo piccolo giardino, è l'unica dimensione di libertà che hai (che ti lasciamo!), sviluppa il tuo pollice verde, lui ti permetterà di realizzarti, lui solo di essere felice, semina e raccoglierai i frutti del tuo lavoro...


il desiderio del sé

quello che non è detto è che le raccolte vanno bene o male, e che: 1. devi aspettare che i frutti maturano; 2. una volta che li hai mangiati sei sì sazio, ma non per sempre, e dovrai piantare altri frutti, aspettare di nuovo il tempo del raccolto... in altri termini, il tempo della realizzazione personale, della felicità, dell'autenticità è, nelle condizioni date, il tempo escatologico di un attesa: l'attesa di essere sé stessi, l'attesa della felicità promessa. è come se quel giardino è allo stesso tempo (futuro e passato) la terra promessa che dobbiamo diventare (ma che ancora non abbiamo) e il brodo primordiale dal quale proveniamo (che da sempre siamo)... in fondo, se dobbiamo (secondo l'imperativo della felicità individuale) divenire ciò che siamo, ciò significa che non siamo, che siamo nulla in attesa di essere qualcosa: così si struttura il desiderio quale pulsione fondamentale che ci definisce come esseri negati, segnati in eterno dal tratto di una mancanza, di una carenza costitutiva...


oltre il mito...

come uscire da questo circolo, se in questo circolo ci accorgiamo di perderci? se riprendo i tre punti visti sopra, capovolgendoli:
1. non è possibile essere da soli, c'è cioè un legame ontologico che lega l'individuo agli altri e al mondo;
2. non è possibile essere felici da soli, la realizzazione non può essere pensata unicamente nella prospettiva dell'individuo (in parte, ma non del tutto: se è vero che devo farmi una ragione di un amore non ricambiato per non morire, è innegabile che esso mi faccia soffrire o disperare, e questo è indipendente da me... affermare che tutto è in mio potere è un tratto dell'onnipotenza);
3. il fine della vita di ogni individuo non è necessariamente nella felicità come esito escatologico della vita, ma nella vita stessa (e il modo in cui deve essere vissuta non sta a me imporlo).


la parola e la differenza.

forse adesso posso azzardare una risposta al problema che ponevi sulla legittimità, in qualche sorta, della parola filosofica, o più in generale di qualsiasi parola, all'interno di un orizzonte della differenza. sono d'accordo con te sull'impossibilità di pronunciare una parola salvifica e, in generale, sull'impossibilità stessa di una qualsivoglia rivelazione (come te, infatti, sono ateo). per gli stessi motivi, e a maggior ragione, mi è difficile pensare anche ad una rivelazione che ecceda la parola (in senso lato) stessa, cioè ad una manifestazione di qualcosa che sia puramente intimo, personale, soggettivo e non comunicabile. per intenderci: nel senso di una verità che sia in linea di principio proprietà esclusiva di uno, di cui questi è l'unico detentore. se ce n'è una è proprio quella della propria vita, ma non è qui problema di parola, quindi in senso stretto neppure di verità, ma appunto di attualità del vivere. se dunque ho i miei dubbi sulla possibilità di una Parola con la P maiuscola, a maggior ragione li nutro circa la possibilità di una filosofia della Parola (del Verbo), che tra l'altro non può che muoversi sul terreno di quella escatologia di cui ho scritto, e mostra (se non dimostra) il radicamento di ogni escatologia nel suolo di una metafisica dell'identità che iscrive l'altro sotto il segno dell'identico. ma allora, non è sufficiente pensare la propria parola come parola con la p minuscola, come parola seconda o penultima parola, per così dire, sempre aperta ad ascoltare una sua eventuale risposta, per uscire da quel paradosso? e perché mai ciò equivarrebbe ad abbandonare qualsiasi pretesa di verità o potenzialità del discorso (e al di là del discorso, del fare stesso)? se io penso la verità del mio dire e del mio agire - nel senso che era quello della lul - non come verità che mi appartiene ma che emerge a livello stesso dell'incontro e del dialogo (e solo in esso)?

l'esigenza di verità e l'età adulta.

in questo senso non solo il mio discorso presuppone sempre qualcuno verso cui è indirizzato, ma anche qualcuno che mi invita alla parola, che mi rivolge la parola: l'altro non sta solo a valle del mio discorso, ma anche a monte, altrimenti non si capirebbe, come giustamente fai notare, il perché del mio dire. non voglio proporti una variante della visione spirituale di una qualche chiamata, ma più modestamente sottolineare il fatto che se scrivo un libro di filosofia è probabilmente perché dialogo con tutta una tradizione di pensiero e di cultura, se scrivo un articolo di critica alla società è perché sono da sempre all'interno di una sfera politica in cui c'è un'esigenza fondamentale di giustizia, alla quale l'uomo, così come si è evoluto lungo la sua storia, ha cercato e cerca ancora di rispondere, esigenza che al tempo stesso lo definisce come uomo.

(se oggi questo dobbiamo giustificarlo è perché la nostra società capitalista radicalizza l'uomo nella finzione della figura dell'individuo come qualcosa di extra-politico (e in generale come libertà assoluta, come totalità). ma questa è una (neppure troppo) pia illusione, alla quale hanno creduto alcuni filosofi e che, contro qualsiasi evidenza della vita quotidiana, si vuole far credere all'umanità intera: puoi tutto, sei completamente libero e responsabile dei tuoi atti, libero dalla società...)

riconoscere la fragilità della parola (e in generale la propria fragilità, i miei limiti e quelli dei miei atti), il fatto che non sarò io a decidere del destino (o della fortuna, come si dice: "la fortuna di un'opera") della mia parola ma il caso - il caso di un incontro, o del fallimento di un incontro - implica sicuramente umiltà e rispetto di fronte all'altro ma in nessun modo la rinuncia alla parola stessa, il suo abbandono. la situazione è un po' quella del protagonista della meglio gioventù - non so se l'hai già visto - che, per amore o una certa concezione della libertà, lascia le persone che più ama (suo fratello, sua moglie) al loro "destino", non le trattiene dal fare ciò che egli ritiene sbagliato, per lui sarebbe una violenza fatta all'altro impedirlo, o anche solo cercare di impedirlo... lasciare essere l'altro assolutamente nella sua alterità può a volte voler dire abbandonarlo, lasciarlo appunto essere solo.... l'altra faccia (quella speculare alla nostra), l'altra maschera dell'individualità: in fondo è lo stesso che succede in noi, rivendicando la nostra unicità e libertà ci troviamo a soffrire di solitudine... la felicità, quando è sola, è infelice, è una passione (pulsione) triste, direbbe spinoza, che ci diminuisce per finire nella nostra potenza d'essere (che è l'opposto speculare della "dolce certezza del peggio" del narcisista, o della massa che si crede libera: "bisogna pensare sisifo felice", scriveva camus).
in questo senso, non solo c'è la possibilità per noi di parlare, ma anche la possibilità che la parola sia felice, nella misura in cui risponde a quella stessa esigenza di verità che ci spinge a dirla. la sua condizione di felicità risiede tutta nell'incontro, nella sua possibilità e effettività. io vedo che stai sbagliano e te lo dico. magari sono io che mi sbaglio. ma dal momento che vedo il tuo sbaglio voglio dirtelo, e posso dirtelo. negare questo significa in un certo senso fare un po' come l'adolescente che non vuole ascoltare i consigli dei genitori, per il semplice fatto che negando la loro autorità afferma se stesso. (mentre l'adulto è capace di ascoltare e accettare i consigli, anche quelli dei suoi genitori, e ammettere se è il caso di essersi sbagliato. il genitore vede e non può impedirsi, nella misura stessa in cui ama il figlio, di dire. ) io posso dire, ma ciò che non posso (perché non è in mio potere) è decidere dell'incontro, far si che l'incontro abbia luogo: posso solo volerlo. se l'incontro non c'è, tanto peggio, soprattutto se era per me importante, potrò solo soffrirne o cercare un altro incontro.
husserl scriveva: "non è possibile capirsi con qualcuno che vuole e può non vedere"
se l'ultimo uomo non sa che farsene del filosofo, non per questo il filosofo deve secondo me abbandonarlo, tacere. io continuo a riflettere e a vedere, a dire, a scrivere, a insegnare (e a fare tante altre cose), e questo è il mio gesto di resistenza, non contro di esso ma nella volontà costante di un incontro, e in un certo senso già in esso, nella misura in cui all'ultimo uomo non sono poi così estraneo (e nel mio resistere incontro quindi anche me stesso, nelle mie linee di fuga). e non è detto che l'ultimo uomo si poi l'ultimo.

non so se sono riuscito a sciogliere i tuoi dubbi, ma spero che queste parole almeno abbiamo servito a precisare un po' ciò che secondo me nel problema che mi hai posto è in gioco. in ogni caso, le ho scritte seguendo quella pulsione che ho cercato con esse di descrivere e che è la mia. ho scritto perché mi hai chiamato, mi hai rivolto e lasciato la parola, facendo dell'esigenza di un incontro la nostra volontà comune. per il tempo di qualche istante, queste adesso mi sfuggono di mano, e il loro esito, la loro felicità (e la mia) si giocano indipendentemente da me. un abbraccio
s.



8.3.04

Talvolta ho l'impressione che tutto questo abbia l'infausto effetto collaterale di perdere di vista il vero nucleo di tutto. Quasi da far temere per la perdita di tempo che per il guadagno intellettuale. Vivere la nostra presenza come tale e riflettere su di essa. Nell'uso che ho avuto negli ultimi anni della tradizione (filosofica, umanistica) c'è qualcosa di contorto.

Scusate la divagazione.
s.

5.3.04

Hai ragione, sono distratto dal contingente e non riesco a pensare all'universale...risponderò con più calma con il tempo necessario..
Ilbucoconlateoriaintorno

3.3.04

aspettando le vostre reazioni (non so ancora come interpretare il vostro momentaneo silenzio, se come un normale tempo di riflessione oppure un imbarazzato far finta di niente di fronte al delirio di un pazzo...), vi propongo un passaggio dalla dialettica dell'illuminismo di adorno e horkheimer, a sostegno dell'ultima riflessione svolta:

"In quanto il dominio [...] si è oggettivato in leggi e organizzazioni, ha dovuto insieme limitarsi. Lo strumento diventa autonomo: l'istanza mediatrice dello spirito attenua, indipendentemente dalla volontà dei capi, l'immediatezza dell'ingiustizia economica. Gli strumenti del dominio, che devono afferrare tutti [...] devono lasciarsi afferrare da tutti [...]. Il carattere oggettivo dello strumento, che lo rende universalmente disponibile, la sua oggettività per tutti, implica già la critica del dominio al cui servizio il pensiero si è sviluppato [...]. Oggi, con la trasformazione del mondo in industria, la prospettiva dell'universale, la realizzazione sociale del pensiero, è talmente vicina e accessibile, che proprio a causa di questa prospettiva il pensiero è rinnegato, dai padroni stessi, come mera ideologia". (pp. 45-46, dell'edizione di Einaudi del '66)

secondo me in questo passo è detto molto, sotto molti aspetti... che ne dite?
un abbraccio
s.